CA’ DEL POGGIO SOLD OUT CON CASSANI, FAUNER, PESSOTTO E RIZZOLI

Grande partecipazione al convegno “Come infondere la cultura sportiva” moderato dal giornalista di Sky Sport Fabio Tavelli. Parte il conto alla rovescia per il passaggio del Giro d’Italia sul Muro (28 maggio)
San Pietro di Feletto (Treviso), 21 febbraio 2026 – Ca’ del Poggio sold out per il convegno “Come infondere la cultura sportiva” che ieri – lunedì 20 aprile – ha lanciato il conto alla rovescia in vista della tappa del Giro d’Italia che il 28 maggio transiterà, per il terzo anno consecutivo, sull’iconico Muro di San Pietro di Feletto.
Oltre 200 persone hanno riempito le sale di Ca’ del Poggio per la serata che, organizzata dalla sezione AIA di Conegliano e moderata dal giornalista di Sky Sport, Fabio Tavelli, ha visto sul palco quattro stelle dello sport azzurro: l’ex ciclista professionista Davide Cassani, il campione olimpico di sci di fondo Silvio Fauner, l’ex calciatore Gianluca Pessotto e il dirigente arbitrale Nicola Rizzoli.
“Vi ricordate cosa è successo il 30 aprile 1993”, ha chiesto Tavelli in apertura. “E’ il giorno in cui una squilibrato ha accoltellato la tennista Monica Seles. Un gesto dettato dall’unica volontà di favorire la rivale Steffi Graf. L’esempio più deteriore della mancanza di cultura sportiva”.
Senza arrivare a episodi tanto estremi, Cassani, Fauner, Pessotto e Rizzoli hanno raccontato le loro esperienze di atleti e dirigenti. Con focus su famiglie e società sportive. “I genitori devono riappropriarsi del loro ruolo – ha commentato Pessotto, oggi dirigente della Juventus -. Le famiglie sono in difficoltà clamorosa nella gestione dei figli. Alla società sportiva viene delegata in toto l’educazione del figlio: dalla scuola allo sport. E, talvolta, i primi a eccedere nei comportamenti sono proprio i genitori: vanno educati loro prima dei figli”.
La famiglia è, sempre più spesso, un problema in più nella gestione del giovane atleta: “La mancanza di cultura sportiva non riguarda solo calcio, in questo tutti gli sport sono simili: i genitori andrebbero chiusi in un recinto e tenuti il più lontano possibile dai campi di gara”, ha sorriso Fauner. E poi c’è l’urgenza dei risultati. “Quando ho iniziato la carriera, non vincevo mai – Ha raccontato Cassani – ma nessuno mi metteva pressione. E io mi divertivo, perché vedevo che il mio rendimento cresceva progressivamente. Più miglioravo e più m’impegnavo. Ho impiegato sei anni per vincere la prima gara. In una stagione ne ho vinte anche nove, l’anno dopo nessuna: lo sport è così. Ogni volta si riparte da zero. Per questo non ha senso l’eccessiva enfasi sui risultati. L’allenatore che pensa solo a vincere non lo fa per i ragazzi, ma per sé stesso”.
Rizzoli, che prima di diventare dirigente arbitrale a livello internazionale, ha diretto una finale di Champions League a Wembley e una finale mondiale al Maracanã, ha sottolineato che la mancanza di cultura sportiva è un fatto che riguarda alcune nazioni più che altre. Conta anche il temperamento latino: “Mi capita di assistere a tornei giovanili all’estero in cui centinaia di ragazzini giocano in contemporanea su più campi. Tutti i genitori incitano, ma il comportamento di un papà americano è diverso, raramente trascende, rispetto a quello di un papà portoghese o spagnolo”.
Fauner conferma, ricordando il leggendario oro vinto dagli sciatori di fondo azzurri all’Olimpiade di Lillehammer davanti ai padroni di casa della Norvegia: “Per gli scandinavi era la gara della gara, e la vincemmo noi in volata per mezzo metro. Ricordo il silenzio tombale del pubblico per alcuni istanti e poi la ripresa degli applausi. Siamo stato sommersi da complimenti sino a sera e, per il 90%, erano di norvegesi, che pure con la nostra vittoria avevano subito uno smacco clamoroso”.
L’ambiente sportivo in cui cresce il giovane è fondamentale: “Noi avevamo un gruppo fortissimo – continua Fauner – non solo gli atleti: anche i tecnici, i fisioterapisti. Facevamo persino le vacanze insieme. L’attivazione di energie positive, è fondamentale. Il buon esempio conta sempre”. “E poi – ha aggiunto Rizzoli – il giovane deve avere il diritto di sbagliare, anche per l’arbitro è così. E’ attraverso l’errore che si cresce. Io sono diventato arbitro perché in campo, da giovane calciatore, polemizzavo sempre con questi ultimi. Ma ero io che sbagliavo: i miei atteggiamenti erano dettati dalla mancanza di conoscenza delle regole. La famosa ‘sudditanza psicologica’ di cui veniamo accusati noi arbitri, esiste solo negli occhi di guarda”.
Foto principale “Come infondere la cultura sportiva” (credito BOLGAN)
